È solo
un raviolo di ricotta

L’istinto è quello di far scomparire la tecnica, per lasciare unicamente la sensazione.
Perché per chi cresceva correndo tra i campi, i greggi e a destra e i mandorleti a sinistra, nessuno ha mai cucinato mettendoci altro che il cuore. E un raviolo di ricotta è innanzitutto questo: un piatto del cuore, per me metafora sublime che impasta ricordi e respiri, profumi, suggestioni e desideri, quell’amore irragionevole per quella casa in cui - nel bene e nel male - riconosciamo le radici, l’attesa della domenica, la festa e il calore, il momento della ricompensa.
Così il raviolo non se ne va mai, dal mio menu. Subisce e attraversa, però, le mie metamorfosi: cambiamo insieme per non cambiare, per sentirci fedeli al tempo che ci regala consapevolezza, ispirazione, evoluzione.
Gli ingredienti sono sempre gli stessi: la ricotta di pecora, che trattiene i profumi della mia terra, e la crema delle mandorle di Noto, che custodisce quelli dell’aria. Due signore bianche, dentro e fuori il bottone di pasta, che tessono il loro dialogo quieto sui sussurri nel vento delle creature verdi: gli asparagi, la salvia, la clorofilla di prezzemolo.
La forma e i colori cambiano nel piatto, si semplificano: il mio lavoro con loro resta un gioco segreto di cucina, ai miei ospiti voglio offrire solo il piacere schietto di una passeggiata inattesa, il battito vivo e odoroso della mia Noto.

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19.12.2017

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